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Una patologia chiamata caccia

 

Ricordo che in primo superiore mi imbattei in un breve scritto che parlava della caccia. La caccia, si leggeva, non può essere considerato uno sport: lo sport è il confronto leale e alla pari tra più contendenti, lealtà e parità che nella caccia non ci sono. Fu illuminante.

Negli anni precedenti avevo rinunciato a mangiare gli uccellini che mio padre cacciatore riportava di domenica, mi ero iscritto al WWF e avevo instaurato con la “natura” un rapporto particolare fatto di piccole cose e piccoli gesti: il mio cane Jork, l’osservazione del comportamento dei gatti del circondario, quella dei formicai che un tempo distruggevo, il fascino di un’ape o di una lucertola e soprattutto gli alberi. Fatto sta che quella frase letta in un libro per le esercitazioni di stenografia, riuscì a dare parole ad almeno uno degli aspetti che non mi tornavano sulla caccia: non è uno sport, non c’è lealtà, non c’è un libero e volontario confronto tra due contendenti. L’uccellino non sceglie di essere cacciato e non lo fa nemmeno il cinghiale, la lepre, il fagiano, la quaglia. E poi, vuoi mettere cosa c’è in palio?

Mentre scrivo, sento i cani dei cacciatori abbaiare: anche stamattina c’è chi sta braccando un animale. In estate ho visto attraversare una mamma cinghiale coi suoi cuccioli: spaventata dalla mia auto, ha fatto di tutto per non dividersene ed ho faticato non poco per non allarmarla ulteriormente e proseguire. Un istinto primordiale, innato, lo stesso di noi umani. In che modo possiamo considerarci diversi? È una questione di intelligenza, forse? Se fosse così, allora aveva ragione chi pensava fosse meglio sopprimere i bambini malati o deformi. È un fatto di “ordine naturale delle cose”, una sorta di “è sempre stato così, l’uomo ha sempre cacciato?”. Se è questa la spiegazione, allora mi si dica come mai abbiamo abbandonato tanti comportamenti in uso nella preistoria o nel medioevo che pure apparivano perfettamente “naturali”. Il fatto che oggi possa apparirci assurda la schiavitù o l'incesto non testimonia forse che l’uomo ha compiuto un progresso evolutivo rispetto al passato? E allora perché tante pratiche, come la caccia, sono ancora in essere? Qualcuno potrebbe citare la Bibbia, là dove si danno addirittura precise indicazioni su quali animali uccidere e quali no (Levitico, 11), ma se dovessimo applicare alla lettera le Sacre Scritture temo che il mondo sarebbe peggiore di quello che è. Tra le tante incongruenze di noi umani, noto anche quella di chi ama e si prende cura del proprio cane ma poi va in giro a far fuori altri animali: chi figli e chi figliastri? Perché il proprio cane e gatto meritano di vivere e il leprotto no? In che modo posso giustificare a me stesso il fatto di aver imbracciato un fucile e di aver ucciso non per difendermi, non perché affamato, ma solo per ingannare il tempo una domenica mattina? Molti cacciatori si definiscono “amanti della natura”, ma in che senso? Forse di una natura di loro proprietà, di cui poter disporre come si fa con un parco giochi di cui si è pagato il biglietto d’ingresso. Forse di una natura di cui egli si sente parte al punto da poterne decidere gli equilibri più “giusti”: troppi cinghiali, bisogna abbatterne alcuni e per fortuna ci siamo noi…

Noi esseri umani che siamo in grado delle più mirabolanti tecnologie, davvero non siamo capaci di limitare la proliferazione di certe specie (per noi) dannose senza andare in giro a braccarle? Ma dai!

Il bello è che poco dopo i vent’anni ci sono cascato anch’io. Mi sembra fosse il 1990 quando fu promosso un referendum sull’abrogazione della caccia. Non si raggiunse il quorum del 50%, ma ben 18 milioni di italiani dissero no a questa pratica: io fui fra quelli che, consapevolmente, non andarono a votare contribuendo quindi alla non riuscita del referendum. La mia idea di allora era appunto quella che la caccia era sempre esistita, faceva parte delle tradizioni ancestrali dell’uomo e serviva anche a convogliare in forme “accettabili” la naturale aggressività dell’uomo. A ripensarci oggi, mi vengono i brividi.

Ma nel museo dei miei (e)orrori personali ci sono diverse altre cose. Da ragazzino pescavo, mi piaceva quel brivido quando il pesce abbocca e tenta disperatamente di liberarsi. Talvolta ci riusciva, specie se era grosso e tanto bastava per farmi insistere ancora, nonostante sapessi benissimo che quel pesce era comunque spacciato, con amo e filo in bocca. Ho poi ucciso deliberatamente un numero imprecisato di insetti e anche diversi polli, quando ne allevavo insieme ai miei amici nella capanna davanti casa. Erano animali malati a cui cercavo di evitare ulteriori sofferenze e, quanto alle formiche, ero davvero un bambino quando le facevo saltare in aria con le miccette, ma tant’è, l’orrore rimane. Mancavo completamente di qualsivoglia cultura di rispetto della natura e l’eccitazione di giocare alla guerra con quei poveri esseri era tale da giustificare la loro sofferenza. Il pensiero di non aver minimamente preso in considerazione in quelle occasioni il valore della vita mi inorridisce: possibile che fosse tutto così “normale”?

Poi un salto nella mia vita, altre cose di cui occuparmi, gli studi, il lavoro, i figli… Sono tornato a terra solo pochi anni fa, quando andai a vivere in campagna e… miracolo!, ad aspettarmi c’era il bambino che sono stato, solo più maturo, più consapevole. Continuavo a mangiare carne ma non seviziavo più gli insetti, anche se la resa dei conti era vicina. “Se vuoi restare carnivoro, alleva un pollo e uccidilo con le tue mani”, questo mi dissi un bel giorno. Aveva un senso: invece di continuare a mettere la testa sotto la sabbia ignorando come vengono trattati gli animali da allevamento e continuando a comprarli fatti a pezzi e confezionati al supermercato, era tempo di prendermi la mie responsabilità e fare di persona il lavoro sporco. Successe così che allevai per un certo tempo alcune galline, ma mi ci affezionai e non ebbi il coraggio di farle fuori. Allora ne andai a comprare una viva che comunque sarebbe finita sul piatto di qualcun altro, ma… L’uomo che me la vendette la spinse dentro una scatola dove ci sarebbe entrato forse un pulcino: era terrorizzata e lì dentro si calmò, forse istintivamente consapevole che per lei era finita. Era nelle mie mani, erano i suoi ultimi minuti di vita. Uno dei miei figli era con me in auto, mentre tornavamo verso casa: cosa gli stavo insegnando? Cosa stavo imparando io stesso, che ero in grado di uccidere? Che ero più forte di lei? Che tutto questo era “naturale”? Quando infine ero ad un passo dall’ucciderla, i miei dubbi svanirono e quell’essere vivente divenne Mira. In cuor mio mi scusai con lei per averla usata: non ero fiero di quella sorta di esperimento, ero anzi inorridito dal potere che avevo per un attimo avuto, quello di vita e di morte. Nel momento in cui, seppur a malincuore, stavo per ucciderla, ho capito che stavo giocando a fare Dio, esattamente quel tipo di Dio che esiste solo nei nostri vaneggiamenti umani. Un Dio che crea e distrugge a suo piacimento, che è amore ma anche punizione. E, proprio come accade a noi rispetto a lui, anche la gallina non era in grado di capire cosa stava succedendo e perché: il disegno divino del Dio Uomo era per lei imperscrutabile.

Non ho intenzione di paragonare il livello di consapevolezza di una gallina a quello di un uomo, ma temo che molte cose siano identiche: Mira si era calmata, il “suo” dio l’aveva persino presa in mano. Era vinta, ferma, così come l’uomo quando sa che non c’è più nulla da fare e si affida a Dio. Ero dunque io il suo dio? Non c’è bisogno di essere psicologi per capire cosa mi era per un attimo scattato: delirio di onnipotenza. È esattamente di questo che soffriamo noi umani. La certezza, proprio come i pazienti deliranti, che la nostra sia l’unica verità, che certe cose siano necessarie, che tra noi e un verme ci sia una differenza sostanziale, che per il solo fatto di essere in grado di mettere a ferro e fuoco il mondo intero possiamo definirci gli esseri superiori a tutti. Mi vengono in mente certi virus che infine portano alla morte: potremmo definirli “superiori” agli esseri infettati? Eppure ci vincono, ci uccidono. Tra noi e gli animali una differenza c’è ed è quella della consapevolezza. Noi sappiamo della morte, loro molto meno. Noi agiamo coscientemente e abbiamo dimostrato più volte di poter semplicemente decidere di cambiare comportamento, loro hanno molti meno gradi di libertà. Ebbene, dato il mistero della vita che riguarda tutto ciò che vive e non solo noi umani, data la straordinarietà e unicità di ogni forma vivente sulla Terra, come è possibile che ci sia ancora chi viviseziona, fa esperimenti sugli animali, li tratta male o, “semplicemente”, li bracca la domenica mattina?

Da adulto ho portato un paio di volte i figli a pescare, poi non ce l’ho fatta: Ci pensi quanto soffre quando lo tiri su? Un amo in bocca, ti senti soffocare e poi muori lentamente… No, non potrei mai più rifarlo. Quanto ai cinghialini che mi erano passati davanti mentre guidavo, qualche domenica fa ne hanno fatti fuori una dozzina. Circondati da uno squadrone di fanatici in assetto da guerra, braccati da mute di cani ululanti la cui intelligenza era stata ridotta a quella di un’ameba, hanno corso per ore alla disperata ricerca di una salvezza, impazziti di paura e infine feriti, finiti. C’è un solo modo per riuscire a tanto, quello di essere intimamente convinti che Tu non vali altro che la carne che porti, tu sei niente per me, tu non vivi.

Sarebbe bello che le cose cambiassero, ma intanto mi accontenterei almeno di questa consapevolezza di essere nel torto, di fare qualcosa di male e di profondamente ingiusto. Poi si continui pure a sparare, a giocare a Dio, a dimostrare a se stessi la propria abilità (!), a ricordare ai boschi la propria supremazia, tanto è questione di tempo: sono assolutamente sicuro che un giorno, tra anni o secoli, guarderemo a questa nostra epoca con lo stesso raccapriccio con cui ora leggiamo sui libri di storia che ci sono state le camere a gas e la schiavitù, le fosse coi leoni e i tribunali dell’inquisizione:

Ma dai, dici sul serio? Davvero c’erano persone che andavano in giro col fucile a sparare agli animali per puro divertimento?

Sì, è vero, ma fu tanto tempo fa: era il XXI secolo. Oggigiorno simili individui finirebbero dritti dallo psichiatra…

 

Mauro Luciani

22 novembre 2014

 

Il senso della ricerca sta nel cammino fatto e non nella meta; il fine del viaggiare è il viaggiare stesso e non l'arrivare
(Tiziano Terzani)

 

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Capita che, in fila alla cassa di un supermercato o al bar mentre si sorseggia un caffè, seduti nella sala d'attesa del dottore o nell'autobus mentre si va al lavoro, si ascoltino discorsi su questioni grandi e piccole della vita e del mondo. Si tratta per lo più di frasi fatte e slogan, di giudizi spesso sommari e netti, di conclusioni affrettate su temi che meriterebbero un altro livello di conoscenza e preparazione, ma che riescono sorprendentemente a trovare il consenso di molti. Colti alla sprovvista dal loquace interlocutore, di solito non si replica ma può succedere che andandosene ci si senta addosso uno strano senso di disagio, quello di chi nel suo piccolo non ne ha di queste certezze assolute e sospetta che le cose siano un po' più complesse...

 

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