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Guardare gli altri per non guardare se stessi

Ogni persona che incontri sta combattendo una battaglia di cui non sai nulla.

Sii gentile. Sempre.

(Platone)

 

Amo la psicoterapia perché è una scuola di vita, obbligandoti come fa a metterti costantemente in discussione. Il “paziente” – che preferisco chiamare “cliente” – che per la prima volta varca la porta dello studio, è animato quasi sempre dalla necessità di dover cambiare qualcosa nella propria vita. Il suo racconto somiglia inizialmente ad un elenco di cause esterne che hanno determinato il suo attuale stato d’animo, per esempio il fatto di avere un marito infedele, un padre assente, un figlio ingestibile. Oppure ha perso il lavoro, è stato bocciato a scuola, è stata tradita dall’amica del cuore. O, ancora, non si piace, è ansiosa, è isolato. L’atteggiamento iniziale, quello più spontaneo, è che ci sia una causa esterna. Se fosse così semplice, però, sarebbe inutile andare dallo psicoterapeuta, egli non può infatti intervenire sul datore di lavoro o sul padre che magari è pure morto, ma solo sulla persona che ha davanti a sé, “vittima innocente” di un sistema più grande di lei.

Tutto il processo di psicoterapia – la psicoterapia che conosco – è però incentrato su un fatto: “Ci sei in mezzo e c’è un perché”. Il cliente è in mezzo alle sue disgrazie e c’è un motivo. Di più: anche il terapeuta, che non a caso ha incontrato proprio quel cliente, c’è in mezzo. Nasce infatti un sistema terapeuta-cliente che da quel momento in poi condividerà un percorso comune, nell’interesse di entrambi. Forse per questo fa male sentirsi dire che, in fondo, l’interesse dello psicologo è soprattutto nell’essere pagato per ascoltare: non è così e per fortuna ogni buon terapeuta sa che affermazioni del genere – se fatte dal cliente – sono in realtà preziose e più avanti ci si lavorerà.

Fatto sta che il processo terapeutico è una strada che porta sempre a se stessi e alla scoperta di come ci si è trovati in quella situazione, di quello che ci si “guadagna” a restarci, di quali caratteristiche e dinamiche personali la tengono in vita, di come uscirne senza combatterla. Non è mai un viaggio dentro il cliente, ma dentro al sistema terapeuta-cliente, dentro a quel “noi” che è nato e che esiste anche nei giorni della settimana in cui non ci si vede. L’empatia che circola nella relazione terapeutica è sempre un processo bi-direzionale: il terapeuta “sente” in cliente, ma anche il cliente fa la stessa cosa. Soprattutto, e questo è il punto, ciascuno sente se stesso. Un’infermiera psichiatrica che conobbi ai tempi del tirocinio era solita dire: “È incredibile che ogni volta che conosco un nuovo paziente, scopro che la sua “malattia” ce l’ho anch’io, quale che sia”.

L’empatia funziona grazie ai neuroni specchio di cui siamo dotati, ma ha un limite: si attiva solo a fronte di qualcosa che riconosciamo, cioè che appartiene già al nostro bagaglio di esperienze, di conoscenze implicite e di comportamenti innati. Possiamo sentire il dolore dell’altro perché sappiamo cos’è il dolore, possiamo coglierne l’ansia o la gioia perché conosciamo sia l’una che l’altra. Allo stesso modo, possiamo cogliere la psicopatologia, dalla maniacalità alla depressione, dalla psicopatia alla schizofrenia, solo grazie alle rispettive dosi che abbiamo dentro di noi. La prima cosa che disse a noi aspiranti psicoterapeuti uno dei docenti del corso fu: “Ognuno ha la sua patologia ed è importante scoprirla alla svelta”. Patologia? Ma come, noi siamo psicologi! Non siamo mica noi i matti, noi quelli li curiamo! Sbagliato: i matti siamo anzitutto noi. Iniziò quel giorno un processo mai terminato di conoscenza di me stesso e di tutte le nefandezze di cui anch’io sono potenzialmente capace, di tutti gli assassini, stupratori, pedofili, traditori che si agitano dentro me e dentro ciascuno di noi. Ma anche di tutti i santi, gli eroi, i salvatori e gli artisti che stanno loro accanto: tutto il bello e il brutto del mondo è già dentro di noi. È questo il presupposto della psicoterapia: è già tutto dentro, basta avere il coraggio di guardare e accettarlo. Ed è proprio grazie a questo “magazzino” per lo più inconscio che riusciamo a comprendere gli altri. Questa premessa ha delle conseguenze sorprendenti. Quando ascolto storie di violenze domestiche, per esempio, come psicoterapeuta devo contattare la mia violenza per poter sentire quella dell’altro, indipendentemente dal fatto che egli l’abbia subita o agita. Allo stesso modo devo incontrare la mia ansia davanti all’ansioso, la mia paura di cambiare davanti a chi vorrebbe farlo ma non ci riesce, la mia angoscia esistenziale, la mia rabbia, il mio smarrimento. E in tutto questo non c’è spazio per il giudizio.

Anni fa fui protagonista di un acceso dibattito con un pezzo da novanta della psicologia italiana il quale si mostrava sorpreso del fatto che certi pedofili non hanno alcuna intenzione di cambiare, sono coscienti di quello che fanno e, potendo, continuerebbero a farlo. Le mie argomentazioni sul fatto che noi non siamo meccanici che debbono aggiustare qualcosa ma guide che al più possono accompagnare là dove altri non saprebbero camminare, non bastarono a fargli cambiare idea sul fatto che, secondo lui (secondo molti…) esistono cose giuste e cose sbagliate, e quelle sbagliate vanno cambiate. Sono padre di quattro figli e certo la pedofilia non è che la prenda alla leggera, ma credo che il voler cambiare l’altro parta da un presupposto discutibile, quello del “tu non vai bene così”. Credo che questa sia materia da giudici, quelli veri, e non da persona qualsiasi e men che meno da terapeuti.

Ecco, il punto è questo: lasciamo a chi è pagato per giudicare e sanzionare simili compiti: noialtri (tutti, non solo i terapeuti) dovremmo piuttosto capire, “sentire”, aiutare, perché nessuno di noi può affermare con incontrovertibile certezza che mai si macchierebbe di almeno una delle nefandezze che così prontamente giudica e perché, appunto, ogni possibile comportamento umano è già dentro di noi.

 

Mauro Luciani

12 giugno 2017

Il senso della ricerca sta nel cammino fatto e non nella meta; il fine del viaggiare è il viaggiare stesso e non l'arrivare
(Tiziano Terzani)

 

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In fila alla cassa

Capita che, in fila alla cassa di un supermercato o al bar mentre si sorseggia un caffè, seduti nella sala d'attesa del dottore o nell'autobus mentre si va al lavoro, si ascoltino discorsi su questioni grandi e piccole della vita e del mondo. Si tratta per lo più di frasi fatte e slogan, di giudizi spesso sommari e netti, di conclusioni affrettate su temi che meriterebbero un altro livello di conoscenza e preparazione, ma che riescono sorprendentemente a trovare il consenso di molti. Colti alla sprovvista dal loquace interlocutore, di solito non si replica ma può succedere che andandosene ci si senta addosso uno strano senso di disagio, quello di chi nel suo piccolo non ne ha di queste certezze assolute e sospetta che le cose siano un po' più complesse...

 

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