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Giustizia ingiusta

 

È nota a tutti la recente vicenda della cosiddetta “coppia dell’acido”, condannata in primo grado a 14 anni di reclusione e alla quale è stato tolto il bambino nato nel frattempo. In casi come questo, la condanna è unanime e nasce spontanea più di una perplessità circa le capacità genitoriali di due persone che si sono macchiate di crimini così orrendi. I giudici auspicavano persino che la coppia non riconoscesse il figlio, così da non renderlo riconducibile ai genitori e sgravarlo quindi da un simile fardello.

Una storia triste sulla quale sembra non ci sia nulla da aggiungere: i due devono pagare e semmai c’è da capire cosa sia meglio per il bambino, se essere cresciuto dai genitori naturali oppure affidato/adottato da qualcun altro. I due devono pagare… Che significa? Significa che esistono delle Leggi uguali per tutti e sono previste sanzioni verso chi non le rispetta. In un caso come questo, la volontarietà e l’efferatezza del gesto di sfregiare con l’acido sono aggravanti che l’uomo della strada, cioè noi, non può tollerare e che tolgono qualsiasi dubbio e qualsiasi pietà verso questi giovani.

Tutto chiaro, tutto lineare, eppure provo disagio: c’è qualcosa che non torna. Penso ad una classe scolastica e al fenomeno del bullismo. Per un non addetto ai lavori, la dinamica sembra semplice: c’è un bullo e c’è una vittima. Il bullo va punito, la vittima protetta. Ora, senza dilungarsi su come funzionano le dinamiche di gruppo, la verità è che il comportamento del bullo non è che l’espressione estrema di un comportamento di gruppo, cioè dell’intera classe, delle famiglie e finanche del corpo docente. Tant’è vero che quando lo psicologo interviene, ha buone speranze di successo solo se non si limita a farlo sul bullo e sulla vittima, ma sull’intera classe, sugli insegnanti e su tutti i genitori. Il senso di un intervento così allargato non è giustificato solo dal fatto che, in questo modo, risulta più efficace. La ragione prima del coinvolgere anche chi apparentemente non c’entra niente è che tutti c’entrano, dal primo all’ultimo. C’entra il bullo, ma anche la sua famiglia e quei subdoli compagni che si chiamano “aiutante” e “sostenitore”, cioè quelli che materialmente sono lì a dare una mano al bullo e quelli che assistono e ridono. C’entrano le famiglie di questa sorta di gregari e c’entrano pure quelle di chi ha assistito ma non ha mosso un dito (gli “estranei”). C’entrano i compagni di classe che cercano di aiutare la vittima (i “difensori”) e persino quelli che nemmeno erano presenti ma sapevano che certe cose accadevano. Poi ci sono i prof che talvolta (spesso) si accorgono solo quando le cose degenerano, sfuggendo loro lo stillicidio quotidiano cui la vittima è sottoposta. C’entra infine la vittima e la sua famiglia, perché non è mai un caso che il prescelto sia quel ragazzo e non è mai dato che egli sia al 100% innocente, tranne rarissimi casi.

Il caso del bullismo è emblematico e conferma che ciascuno di noi è inserito in una realtà sociale che influenza e dalla quale è influenzato. Gli studi sulle dinamiche di gruppo sono concordi nell’affermare che, dato tale intreccio di relazioni, è perfettamente inutile e persino ingiusto colpire esclusivamente chi sbaglia: l’errore, quale che sia, è sempre un prodotto del gruppo. Martina Levato è in carcere e, mentre scrivo, non si sa se le toglieranno anche il figlio. Quello che ha fatto per meritarsi una simile pena non è un’azione individuale, ma di gruppo, un gruppo che non è composto solo dal compagno ma anche dalle rispettive famiglie, dagli amici, dai conoscenti e via ad allargarsi, fino a noi, quelli che “non hanno assistito ma sapevano che certe cose accadono”. Perché tutti sappiamo che esistono situazioni di disagio psicologico e sociale ma, finché non ci toccano, non muoviamo un dito. Perché tutti sappiamo che la punizione, che si chiami carcere per la coppia dell’acido o sospensione da scuola per il bullo, non produce mai gli effetti sperati e perché tutti siamo corresponsabili di ogni cosa che accade nel nostro gruppo. Il gruppo non è semplicemente la propria famiglia o i quattro amici più stretti, ma l’intera umanità. Puniamo pure Martina e magari togliamole il figlio, ma non avremo risolto niente.

Le dinamiche di gruppo sono implacabili e agire su un solo elemento del sistema produce sempre effetti imprevedibili, talvolta nefasti. Pensare di risolvere il problema-Martina togliendocela semplicemente dai piedi, equivale a credere di risolvere il disagio di una classe sospendendo per 15 giorni il bullo: prima o poi tornerà o andrà ad imperversare da qualche altra parte o in qualche altra forma, senza essere cresciuto di un centimetro Martina ci costerà 100 euro al giorno per tutti gli anni che resterà in prigione, il compagno pure e persino il figlio fintanto che sarà affidato ad una struttura. Tutti e tre soffriranno e pure le rispettive famiglie, mentre noi resteremo a guardare in attesa della prossima coppia dell’acido, del prossimo eclatante fatto di cronaca dove potremo erigerci a giudici nella certezza che “io proprio no, non c’entro nulla”. Se l’intento della giustizia è anche quello di far capire e crescere, dobbiamo imparare ad interrogarci davanti ad ogni fenomeno che passa sotto i nostri occhi. Che si chiami delinquenza comune o disoccupazione, corruzione o immigrazione, che avvenga dentro casa nostra o dall’altro capo del mondo poco importa, perché l’umanità è un sistema complesso (da intendere letteralmente, in senso matematico) e non possiamo sfuggire all’unica vera legge naturale che dovremmo conoscere: ci siamo in mezzo, dipende anche da noi.

 

Mauro Luciani

29 agosto 2015

Il senso della ricerca sta nel cammino fatto e non nella meta; il fine del viaggiare è il viaggiare stesso e non l'arrivare
(Tiziano Terzani)

 

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In fila alla cassa

Capita che, in fila alla cassa di un supermercato o al bar mentre si sorseggia un caffè, seduti nella sala d'attesa del dottore o nell'autobus mentre si va al lavoro, si ascoltino discorsi su questioni grandi e piccole della vita e del mondo. Si tratta per lo più di frasi fatte e slogan, di giudizi spesso sommari e netti, di conclusioni affrettate su temi che meriterebbero un altro livello di conoscenza e preparazione, ma che riescono sorprendentemente a trovare il consenso di molti. Colti alla sprovvista dal loquace interlocutore, di solito non si replica ma può succedere che andandosene ci si senta addosso uno strano senso di disagio, quello di chi nel suo piccolo non ne ha di queste certezze assolute e sospetta che le cose siano un po' più complesse...

 

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