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Il mito della coerenza

 

La coerenza è comportarsi come si è, e non come si è deciso di essere

Sandro Pertini

 

Non so se vi è mai capitato di cambiare ripetutamente idea su una stessa questione senza riuscire a giungere ad alcuna conclusione definitiva: a me sì. Pesco tra i mille esempi, l’immigrazione. Come tanti, seguo quotidianamente gli sviluppi di una situazione del tutto nuova per le nostre generazioni, ma non ho affatto delle idee definitive sulla faccenda. Molti sembrano averle: fermarli, buttarli fuori, risolvere il problema nei loro paesi oppure accoglierli, integrarli, dar loro una possibilità. In mezzo a questi due poli ci sono infinite sfumature, ma non è di questo che vorrei parlare. Resta il fatto che, con chiunque parlo e qualsiasi tg o politico ascolti, colgo verità e ragioni da ambo le parti, anche quando sono in evidente contrapposizione. Chi ha ragione?

Avere le idee chiare su qualcosa è ritenuta, in genere, una qualità. Magari sono idee contrarie alle tue, ma il fatto che l’altro le abbia così nette e si comporti di conseguenza (sia, cioè, coerente), lo rende degno avversario: “almeno so con chi ho a che fare”.

Ho un ricordo di molti anni fa quando, ancor prima di studiare psicologia, ero studente all’Isef. Si stava pensando di occupare la sede, così come stavano facendo tutte le università. Io, nonostante gli impegni di lavoro e di famiglia, andai all’assemblea in cui si doveva decidere ed ero sicuro di un fatto: avrei votato contro. Occupare significava perdere lezioni e sessioni di esame, ottenendo probabilmente niente. Nel corso dell’assemblea ci furono discorsi appassionati e io cambiai posizione: le ragioni erano giuste, bisognava occupare! Feci addirittura parte del gruppuscolo di studenti che irruppe nelle segreterie studenti invitando gli impiegati ad uscire, roba da galera… L’epilogo fu inglorioso. Tornato a casa, avrei dovuto spiegare a mia moglie che, essendo divenuto uno degli agitatori dell’occupazione, ero “obbligato” a fare qualche notte all’Isef insieme agli altri. Non ricordo cosa dissi, probabilmente cincischiai qualche frase e poi, guardando mia figlia di appena quattro mesi, lasciai perdere, chiedendomi se forse non ero stato troppo avventato. Ancora oggi non lo so.

Mi capita di ascoltare separatamente due coniugi in feroce lite e, ogni volta, empatizzando profondamente con l’uno e con l’altra, ne esco con le idee più confuse di prima: chi ha ragione? Poi mi ricordo che il mio lavoro non consiste nello stabilire “una” verità, ma nell’accogliere “diverse” verità e, nel caso delle coppie, di fare sintesi, trovare se possibile un compromesso, valorizzare le ragioni e i vissuti di entrambi. Quando non basta, occorre fare leva sulla responsabilità personale: “Chi di voi due è il più forte, tanto da fare il primo passo? Chi può mettere in campo qualcosa che non ha ancora sfruttato?”. Mettere quindi da parte le ragioni razionali e le questioni di principio per dare spazio alle emozioni, le uniche che forse raccontano la verità.

La persona che ha le idee chiare appare, almeno su quello specifico punto, rigida e coerente. Nonostante sia intimamente convinto che siano davvero poche le questioni sulle quali si possa mantenere a lungo una posizione intransigente, mi accorgo che è opinione comune il ritenere negativo un comportamento e un pensare incoerenti. La persona che cambia idea sembra insicura (se non opportunista), è vista con sospetto, appare ambigua, volubile, indecisa, forse addirittura superficiale. Eppure la flessibilità è una delle caratteristiche più importanti di chi è dotato di un buon livello di intelligenza: si tratta della capacità di guardare le cose da più punti di vista e, se dal caso, cambiare anche diametralmente approccio. Se fossi un tipo coerente, non avrei cambiato idea sull’occupazione dell’Isef ma, nel contempo, non sarei oggi uno psicologo. L’avere le idee chiare presuppone un delimitare i confini di quella credenza in modo netto, senza dare spazio ad eccezioni o ripensamenti, operazione possibile ma non priva di rischi, dal momento che è un artifizio – nel senso di trucco – tracciare dei limiti entro un sistema di possibilità.

Ad un certo punto bisogna pur decidere, lo so. Bisogna anche restare un minimo coerenti con quella scelta per darle almeno il tempo di sortire i suoi effetti ma, in generale, quello della coerenza delle idee è forse solo un mito della nostra strampalata educazione, una forzatura bell’e buona. Esiste certo una via di mezzo dove c’è più spazio di quello che pensiamo per l’incoerenza e il cambiare idee, una possibilità che spesso ci permette di esplorare terre sconosciute e di scoprire punti di vista mai presi in considerazione. Siamo sistemi complessi che, per definizione, non possono mai restare appesi ad un equilibrio statico: la necessità di spostarci continuamente è la forza che ci permette di ridiscutere scelte e idee, fino a trovare la nostra vera strada. In effetti, come recita l’aforisma di Pertini, davanti alle grandi scelte occorre contattare se stessi e muoversi in linea non ad idee, ma a ciò che siamo. Davanti a questioni grandi come quella dell’immigrazione, o piccole come la scelta di un lavoro o di un corso di studi, possiamo razionalmente mettere in fila tutti i pro e contro, ma non giungeremo mai a niente. Solo chiedendosi “ma a me cosa risuona, cosa mi fa star bene?” riusciremo a prendere la decisione migliore.

 

Mauro Luciani

 

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(Tiziano Terzani)

 

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In fila alla cassa

Capita che, in fila alla cassa di un supermercato o al bar mentre si sorseggia un caffè, seduti nella sala d'attesa del dottore o nell'autobus mentre si va al lavoro, si ascoltino discorsi su questioni grandi e piccole della vita e del mondo. Si tratta per lo più di frasi fatte e slogan, di giudizi spesso sommari e netti, di conclusioni affrettate su temi che meriterebbero un altro livello di conoscenza e preparazione, ma che riescono sorprendentemente a trovare il consenso di molti. Colti alla sprovvista dal loquace interlocutore, di solito non si replica ma può succedere che andandosene ci si senta addosso uno strano senso di disagio, quello di chi nel suo piccolo non ne ha di queste certezze assolute e sospetta che le cose siano un po' più complesse...

 

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