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La (in)civiltà occidentale

 

In queste settimane in cui il famigerato Isis perde terreno nei suoi luoghi di elezione, sembrano forse lontane le notizie e le immagini sulla distruzione di templi e monasteri ad opera dei suoi militanti avvenute negli anni scorsi. All’epoca, se ricordate, fecero scalpore e contribuirono a rafforzare la sensazione di essere davanti a qualcosa di incomprensibile, ingiustificabile, mai visto prima. Da tutte le parti, a cominciare da capi di Stato e di governo per finire a chi come noi si diletta sui social, si levarono strali di condanna senza appello verso atti ritenuti barbari, medioevali e segno di una inciviltà profonda e insanabile. Abbiamo tutti puntato il dito ma, ora come allora, mi chiedo: ma noi, possiamo davvero definirci “civili”?

 

Temo che nessuna popolazione o cultura di questo mondo possa dare lezioni a chicchessia. In particolare, la storia di noi occidentali è costellata di episodi vicini e lontani che parlano di barbarie e distruzioni gratuite così efferate, di aguzzini profittatori e cinici esecutori di ordini così violenti che in confronto i tagliagole dell’IS sembrano educande. Prima di giungere ad unanimi condanne occorre documentarsi, resistendo alla tentazione di dire la propria sull’onda emotiva di notizie certo raccapriccianti, ma che guardano le cose da un solo punto di vista. La verità è che noi “occidentali” facciamo parte di una brutta parte di umanità che è stata in grado di scatenare due guerre mondiali per motivi che oggi appaiono iniqui; siamo quelli che hanno insegnato al resto del mondo le guerre di religione, che hanno organizzato su larga scala la tratta degli esseri umani, che hanno inventato le armi di distruzione di massa e sono riusciti ad esportare in ogni continente la furia distruttrice, invasata e assetata di ricchezze del colonialismo, di cui paghiamo ancora oggi le conseguenze. Tra gli altri, gli “italiani brava gente” hanno responsabilità enormi in ogni fase della storia dagli etruschi ad oggi e se hanno devastato meno di altri è solo perché non ne hanno avuto la forza e l’occasione, non perché siano migliori. Ciò nonostante, siamo tutti lì a dare imbarazzanti lezioni di civiltà che, nella fattispecie della distruzione di bene storici e artistici, non potremmo davvero dare.

 

In antichità è facile trovare documenti che testimoniano la distruzione gratuita, la depredazione e il commercio illegale di ogni sorta di monumento e opera d’arte, ad ogni latitudine, da parte di ogni schieramento. D’altro canto noi europei siamo maestri del furto, avendo riempito i nostri musei di reperti archeologici trafugati in ogni luogo del mondo soprattutto nel periodo coloniale, e temo che l’orribile abitudine di “strappare la storia” da un luogo per portarla a fare bella mostra di sé a casa propria non ci renda migliori di chi quella storia la distrugge direttamente. Il vizio è antico, basti ripensare alla distruzione di Cartagine da parte dei Romani, destino che nei secoli toccò a Roma stessa con i vari sacchi che fu costretta a subire. È pur vero che molti templi dell’antica Roma sono stati usati per costruire le basiliche dai Papi e che le statue di marmo della villa di Tiberio a Sperlonga furono amputate dai monaci solo perché rappresentavano corpi nudi, così come vale la pena ricordare che le metope del Partenone sono state strappate a colpi di piccone e portate a Londra così come tantissimi bassorilievi assiro-babilonesi, ma d’altro canto al museo Guimet di Parigi fanno bella mostra di sé statue segate e trafugate in Cambogia e Vietnam, ex colonie francesi. Tornando indietro, non si possono non menzionare la distruzione della grande biblioteca di Alessandria (48 a.C.) a seguito dell’incendio provocato da Cesare e, nel 70 d.C., quelle del primo e poi del secondo tempio di Gerusalemme ad opera dell’imperatore Tito e del babilonese Nabuchodonosor. Nel 1521, Cortes distrusse Tenochtilàn (attuale Città del Messico) segnando la fine della civiltà azteca, nel 1687 la Serenissima Repubblica di Venezia bombardò con le navi l’acropoli di Atene devastando il Partenone e parte del fregio di Fidia (e più tardi inglesi e francesi alleggerirono i resti per portarli al British Museum e al Louvre), mentre nel 1792 (Rivoluzione francese) vennero rasi al suolo le Tuilleries e l’Hotel de Ville e nel 1966, in Cina, Mao cancellò templi, chiese e moschee (tra gli altri, 1000 Buddha vennero decapitati nella sola Pechino).

 

Molto più facile documentare l’inciviltà occidentale nel corso del ‘900, con ben due conflitti mondiali dove chi ha potuto ha rubato, nascosto per sempre, distrutto. Molte azioni militari da ambo le parti hanno colpito monumenti, cattedrali e musei senza alcuna chiara giustificazione strategica o tattica, spesso col solo intento di annientare definitivamente qualsiasi memoria della controparte: Dresda, Amburgo e decine di altre città medioevali tedesche, Rotterdam, Londra, Canterbury, Coventry, sono alcuni dei luoghi-simbolo dove la furia distruttrice è andata ben al di là delle mere necessità belliche. Le tante cattedrali gotiche della Francia, nel corso del primo conflitto mondiale, insieme a perle di inestimabile valore come l’antica libreria di Leuven e il Mercato del Tessuto di Ypres, sono alcune altre vittime affatto militari cancellate per sempre dall’invasore di turno. In Italia, tra il 1942 e il 1944, furono rasi al suolo o seriamente danneggiati dagli Alleati il Palazzo di San Giorgio a Genova, San Paolo fuori le mura a Roma, Santa Chiara a Napoli, Santa Maria delle Grazie e il Castello Sforzesco a Milano, l’Abbazia di Montecassino, la Chiesa degli Eremitani a Padova, il Tempio Malatestiano a Rimini, il Teatro Farnese a Parma, il Palazzo dell’Archiginnasio a Bologna, il Tempio di Augusto a Pola, tutti siti storici dove non si nascondeva alcun nemico. Aggiungo che tra il ’43 e il ’44 l’antica e storica città dalmata di Zara venne ripetutamente bombardata (25 volte, manco fosse Berlino) dagli anglo-americani e poi lasciata in mano alle bande comuniste slave che, tra l’altro, scalpellarono dalle mura gli ultrasecolari Leoni di San Marco.

 

E ancora, la sistematica distruzione di ogni simbolica del passato da parte dei sovietici nel ’17 è stata ripagata con la stessa moneta dagli ex stati satelliti a partire dal ’91, cancellando per sempre anche autentiche opere d’arte: è accaduto per esempio in Lituania, Lettonia ed Estonia, è successo a Praga.

 

Sempre negli anni Novanta accadeva che gli americani invadessero l’Iraq rendendosi protagonisti di numerose devastazioni di siti archeologici, mentre nel ’93 i croati secessionisti facevano saltare in aria il ponte di Mostar sul quale si erano già accaniti i serbi. Più di recente, tra l’8 e il 12 aprile 2003, in coincidenza con la presa di Baghdad da parte delle truppe americane, la popolazione irachena si è data al saccheggio del museo archeologico, devastandolo e depredandolo. Le truppe occupanti, che non avevano preso alcuna misura preventiva, restano a guardare. Successive inchieste giornalistiche avanzarono più di un dubbio sul fatto che le distruzioni fossero motivate dal solo odio della popolazione verso Saddam Hussein, visto che pochi mesi dopo alcuni dei pezzi trafugati si trovavano già sul mercato delle antichità di Parigi mentre altri venivano bloccati alla dogana americana. I potenziali acquirenti (cioè gli indiretti committenti), sono evidentemente occidentali “civilizzati”. Tra il 2003 e il 2005 i militari americani prima e quelli polacchi poi installano una base militare proprio nei pressi del sito archeologico di Babilonia. Sia il British Museum che The Guardian, in più articoli, rapporti e denunce, riportarono che i veicoli militari avevano ridotto a pezzi le pavimentazioni stradali monumentali risalenti a 2600 anni fa, nonché la sede dei Giardini Pensili, una delle sette meraviglie del mondo antico. Successivi sopralluoghi hanno confermato che erano stati rimossi molti dei mattoni che decoravano e raffiguravano il famoso drago sulla porta monumentale del tempio di Ishtar, arrecando danni incalcolabili e definitivi. Nel 2006, durante l’invasione del Libano, le truppe israeliane provocarono gravissimi danni al sito archeologico di Byblos, mentre nel 2014 (il 23 ottobre), fece il giro del mondo il filmato sul bombardamento americano di una collinetta dove due militanti dell’Isis stavano cercando di issare la loro bandiera nera. Tutto finì “bene” con i militanti uccisi e la bandiera caduta, a parte il fatto che la collina bombardata era quella di Tilsheir ed era un sito archeologico, a quanto pare privo di qualsiasi postazione militare. Un’ultima data, quella del 12 giugno 2015: le forze della coalizione sunnita guidate dall’Arabia Saudita bombardano la capitale dello Yemen Sana’a facendo danni irreparabili al quartiere Qassimi che dal 1986 è patrimonio dell’umanità sotto tutela Unesco: nel quartiere non c’era alcuna piazzaforte nemica. Vale appena la pena ricordare che la dinastia musulmana dei Saud è molto ben inserita nei salotti dell’occidente e che i suoi rapporti, come quelli del Qatar, con i combattenti dello Stato Islamico sono sempre stati quantomeno ambigui.

 

Ora, mi sembra si stia parlando di fatti accaduti adesso in cui i devastatori siamo noi occidentali “civilizzati”. La presunta differenza con l’Isis si riduce di molto e a tratti si annulla, giocandosi forse sulla sola simbologia: quella loro bandiera nera, il linguaggio usato nei vari proclami, quel coltellaccio sulla gola del prigioniero risvegliano le ancestrali paure di chi – noi occidentali – certe cose le ha già fatte e pure meglio, quindi le teme. Dunque stessi crimini e simili modalità, identico scopo: distruggere e terrorizzare. E ci sono riusciti benissimo.

 

Resta il fatto che a tutte le latitudini, in ogni periodo storico e ad opera delle più disparate culture, la storia si ripete sempre uguale a se stessa. Qual è dunque la verità? Chi sono i buoni e chi i cattivi? La verità, con ogni probabilità, non è solo quella che ci raccontano i media occidentali. L’Isis possiede armi che di certo non si fabbrica da sola, immette nel mercato nero opere d’arte che compriamo noi, usa mezzi e modalità di comunicazione estremamente occidentali (ed efficaci) pur professando un ritorno al passato e, nella misura in cui continueremo a vederli come loro vogliono che li vediamo (spietati, irragionevoli, disposti a tutto), non riusciremo a cogliere niente di ciò che in realtà sono: persone, come noi. Persone che stanno compiendo azioni atroci così come noi abbiamo sempre fatto, in ogni tempo e luogo: noi siamo i loro maestri.

 

La psicologia dell’educazione insegna da tempo che un padre non potrà mai insegnare al figlio ad essere non violento prendendolo a scapaccioni: è l’ABC, sono cose che sapeva anche mia nonna, eppure noi “padri e maestri” occidentali continuiamo a prendere a calci i nostri figli (per lo più ex colonie). Ma la storia insegna che non insegna niente e così, dopo il fallimentare tentativo di esportare la democrazia in Iraq e Afghanistan, l’Occidente c’ha riprovato in Libia: fuori Gheddafi e dentro il caos. Lo spettacolo deve andare avanti tra strane triangolazioni fra Trump, Putin e Xi Jinping e le sterili polemiche da social di tanti di noi, inorriditi e spaventati dalla ferocia dell’Isis o indispettiti per quel che bisogna spendere per ogni immigrato che arriva. È proprio in questo modo che il sistema si autoalimenta: la colpa è sempre altrove, noi non c’entriamo niente e che qualcuno vada laggiù ad estirpare il male.

 

 

 

Mauro Luciani

 

 

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